Privacy Policy La Borgata – Trattoria Romana
Fuori le mura

La Borgata

Centocelle era molto diversa dal quartierone un po’ caotico che è oggi. Allora era una borgata dove accanto a qualche palazzetto un po’ vecchio, ma quasi elegante e a qualche casetta con orto o addirittura campi coltivati, cominciavano a sorgere palazzine “nuove”, che sarebbero diventate presto brutte.

Era praticamente un “fungo” nella campagna romana, separato da Tor Pignattara dall’aeroporto[4], il primo d’Italia, costruito nel 1909, sovrastato a breve distanza dalla Torraccia. Un fiume, il Fosso di Centocelle, detto la “Marana”, dove in primavera i ragazzi facevano il bagno (d’estate quasi scompariva), lo separava dal Quarticciolo e dalla Borgata Alessandrina. La campagna la delimitava verso la Prenestina e quasi campagna c’era verso l’Acqua Bullicante e Roma.

Oltre, verso fuori, Roma era praticamente finita e posti come Torre Gaia, Torre Angela e simili erano considerati come dei paesi dove si andava a fare scampagnate a Pasquetta.

Il centro di Centocelle era la piazza dei Mirti, dove il trenino proveniente dalle “Laziali” faceva un cerchio perfetto. Trenino, non tram, perché era un vero treno a scartamento ridotto (chissà perché a scartamento ridotto), gestito dalla STEFER (nel 1976 sarebbe diventata Acotral e poi Cotral), con tre carrozze, praticamente identico a quello che andava a Fiuggi (e, prima della guerra, a Frosinone), che solo nella parte finale percorreva la pubblica strada (e non la ferrovia dedicata).

Nella piazza c’era anche il capolinea della “Celere”, il puzzolentissimo autobus anch’esso della STEFER, che non ricordo mai di aver preso senza vomitare (molti bambini, e non solo bambini, allora avevano il mal d’auto, non essendo abituati a viaggiare in auto o bus).
Parliamo ora più in generale dei trasporti.

Scarsissime erano le automobili. Si, certo, c’erano, le “topolino”, le “giardinette”, le 1100 E, le Lancia Aprilia, ancora qualche Balilla, poi le Giuliette, rarissime le straniere, per lo più grossi macchinoni americani. Ma erano rare: fino al 55 non ricordo di nessuno vicino casa che avesse la “macchina”, a parte qualche commerciante e il dottore. Poi cominciò, lentamente, il “boom” e negli anni sessanta l’avevano quasi tutti.

Ora sarebbe un sogno, una vita molto più tranquilla, l’aria pulita… Allora la gente aveva un sogno in più, la macchina, e si sapeva che prima o poi l’avrebbe coronato.

Senza auto: questo rendeva ancora più “isola” Centocelle: le connessioni con gli altri quartieri o le altre borgate erano rari (a parte quelli che lavoravano fuori).

C’erano le Vespe e le Lambrette, dove spesso viaggiavano famiglie di quattro persone (padre, bambino in piedi sulla pedanina davanti “a guidare col papà”, madre seduta lateralmente, come ora non si sognerebbe nessuno, con in braccio il figlio più piccolo), o moto col sidecar (ma non ce n’erano tante). In una Topolino (l’ava della Cinquecento, ancora più stretta) entravano all’occorrenza anche sette persone (uno ero io, ma ero piccolo).

Veicoli commerciali tipici erano le “Api”, ma anche dei tricicli a pedali (di due tipi: con il carrello davanti, più frequenti, o col carrello di dietro). Con questi ultimi i garzoni, ragazzi in genere di meno di dieci anni (un mio compagno di classe lo faceva in seconda elementare), facevano le consegne a domicilio. E infine i carrelli a mano, di legno con due grandi ruote, usati per esempio dai fruttivendoli al mercato.

C’erano poi i carri tirati da cavalli e somari che erano ancora abbastanza usati e che sporcavano pesantemente le strade. Ricordo che sapevo portare il carretto: lo avevo fatto qualche volta col vetturino accanto: per partire si doveva dire “Ah !” e agitare le redini e per fermarsi “Ih !” e tirare le redini.

I cavalli venivano anche mangiati: inoltre la carne di cavallo dicevano che faceva bene ai bambini “anemici” come me: a nessuno piaceva, ma io, per un periodo, la dovetti mangiare tutti i giorni.

Quando c’era sciopero dei trasporti, comparivano le “camionette”, dei camion con una scaletta di legno che si sostituivano ai tram, trenini e autobus al costo del doppio del biglietto normale.

A Centocelle tutte le vie avevano nomi di piante, alberi e fiori. La principale, via dei Castani, attraversava tutto il quartiere e piazza dei Mirti, per arrivare, all’estremità verso la Casilina e l’aeroporto, alla chiesa di San Felice in Cantalice, sulla cui facciata anteriore c’era (e c’è) un enorme affresco del santo assunto in cielo. Era tenuta da frati cappuccini, che andavano con i sandali senza calzini anche d’inverno. Vicino alla chiesa c’era anche l’allora unico cinema (oltre a quello parrocchiale), il Platino. Qualche anno dopo le sale cinematografiche si sarebbero moltiplicate.

La posizione così decentrata di questi “servizi” (anche la scuola elementare era da quella parte) fa capire che il nucleo originario di Centocelle si era sviluppato a ridosso dell’aeroporto che però già allora era in declino.

I nuovi abitanti venivano per lo più da fuori, dal Lazio e dal sud, ma c’erano anche veneti e friulani. I ragazzi “grandi” si vedevano a piazza dei Mirti, o alla Marana, o ai “calci in culo” alla giostra. Lo sapevo perché quando uscivo con Nicolina, la cameriera-bambinaia quasi bambina andavamo sempre là, e a fatica cercavo di seguire le chiacchiere dei ragazzi “grandi”. La domenica c’era la messa, in latino. Ricordo le campane del quasi campanile di S.Felice, che mia nonna chiamava “le monacelle”, che si ingrandivano mano mano in fondo a via dei Castani. Non sempre si andava a messa, ma sempre, se era bel tempo e non avevamo altri impegni, andavo con mio padre al prato della Torraccia. Spesso c’era il raduno degli aero-modellisti di Roma e quello che riuscivano a fare allora, che non c’erano ancora neanche i transistor per i radiocomandi, non credo fosse tanto meno di quello che fanno adesso. Mi ero fatto regalare un elicotterino con l’elica di filo di ferro e carta, con un meccanismo con una vite elicoidale che faceva girare l’elica e gli faceva fare brevi voletti. Una volta andò a finire sui rami di un pino della Torraccia e solo una sassaiola dei ragazzini presenti lo fece scendere giù, ma inesorabilmente rotto.

Lì vicino all’aeroporto c’erano anche delle grotte, occupate dagli sfollati durante la guerra ed ancora abitate. C’era poi un campo di zingari, con i carri tirati dai cavalli e qualche grossa auto americana sgangherata.

La grande festa del quartiere era il Carnevale. I ragazzi (quelli grandi) si mascheravano con le cose che trovavano in casa, non c’erano se non rarissimi dei veri costumi. Tipicamente i maschi si mascheravano da femmine (con rossetto e trucco pesante) e viceversa. Gli altri mettevano le maschere. I bambini compravano delle maschere di cartoncino a 10 lire, da indiano, da pirata, da damigella. Dovunque c’erano venditori di coriandoli, ricavati da giornali vecchi.

Un anno, forse l’ultimo, mi regalarono un vero costume, da indiano. Era di plastica, di quella plastica puzzolente che c’era allora, con tanto di piuma in testa e lancia di legno (ma ce l’avevano le lance gli indiani ?). Ero uno dei pochi con una maschera “seria”; andavo su e giù per il quartiere con Nicolina, rimediando un sacco di coriandoli in faccia (e in bocca: il lancio dei coriandoli era “cattivo”, come la maggioranza dei giochi dei maschi). Verso piazza dei Mirti incontrai un ragazzo più grande, molto simpatico, con una bellissima maschera da scimmia di gomma, che lui riusciva a gonfiare e a sgonfiare respirando: inscenammo un duello tra l’indiano (buono) e la bestia (cattiva), che alla fine “soccombette”: si era fatto un capannello di persone intorno di ragazzi che ci incitavano. La cosa fu divertente, ma il costume, che indossavo sopra al pigiama felpato, si stracciò tutto.

A pasquetta e in qualche altra occasione si andava a fare le “scampagnate”. Mia madre e mia zia preparavano cose da mangiare e si andava, col trenino, a Torre Gaia, a Genazzano o a qualche altra località sulla linea del trenino per Fiuggi (Roma Termini-Laziali, Centocelle, Grotte Celloni, Torre Gaia, Pantano Borghese, S.Cesareo, Zagarolo, Palestrina, Genazzano, Fiuggi). Poi si trovava un bel posto sotto gli alberi o in qualche osteria di campagna con i tavoli con le panche fuori e si mangiava, mentre i piccoli giocavano, i grandi chiacchieravano.

La domenica era una giornata molto particolare. La gente, soprattutto le ragazze, metteva il vestito della festa e si acconciava in modo particolare. Per la strada, molto più popolata che gli altri giorni, si formavano crocchi di ragazzi azzimati, separati per sessi che poi passeggiavano per via dei Castani, quasi uno struscio di paese. Alla Balduina in tempi recenti è esattamente il contrario: il quartiere si svuota e parecchi dei pochi che restano vanno in giro in tuta da ginnastica.

Di coppie di “fidanzati” se ne vedevano poche in giro, e seguite da pettegolezzi e, talvolta, sfottò. Con la primavera e l’estate spesso nelle serate si sentivano le serenate, quasi sempre terminate in modo inglorioso col getto di acqua da parte di vicini o genitori “disturbati”.
La nostra donna di servizio aveva vari corteggiatori che ogni tanto facevano serenate con concertino (chitarra, mandolino, fisarmonica e canto). Sotto le finestre delle stanze dei miei e di mia nonna, che erano le uniche “esterne”. Con quali risultati, si può immaginarlo.

La borgata, negli anni in cui abitai lì, dal 51 al 57, si andò sviluppando progressivamente prolungandosi dalla Casilina, dove era nata, fino alla Prenestina. Quando andai via era praticamente un quartiere, c’era un nuovo polo scolastico con le medie, una seconda chiesa, era arrivata una linea tranviaria simile alla circolare e l’aria non era più la stessa.

Una nota linguistica. Il romanesco di Centocelle era piuttosto diverso da quello, per esempio, di Tor Pignattara, un quartiere che allora frequentavo (avevo gli zii lì e avrei potuto riconoscere uno di Tor Pignattara da uno di Centocelle ad occhi chiusi). Il punto fondamentale era che Centocelle era abitata, per lo più, da immigrati recenti e ciò addolciva la lingua e ne faceva scomparire parte del lessico. In quegli anni poi la radio, il cinema e la televisione cominciarono ad avere una sempre maggiore influenza sulla lingua parlata.
Tra le tante differenze (soprattutto nella coniugazione dei verbi), c’era che nel “vecchio” romanesco si usava il “voi” (a Trastevere qualche anziano ancora non riesce a farne a meno), mentre nel nuovo il “lei”.
E poi tanti, tanti vocaboli e voci verbali (tipo “andiedi” per andai, “essi” per sii e così via).

Quando poi andai alla Balduina, del romanesco era rimasto praticamente solo l’accento, qualche parola tronca e l’articolo “er”. Scomparsi tanti termini quotidiani: me ne vengono in mente alcuni di vestiario: “er sinale” (o zinale o anche zinnale) o la “parannanza” per indicare il grembiule da cucina delle donne (che allora spesso tenevano tutto il giorno in casa), “er sinalino” per il grembiulino per la scuola dei bambini, la “combinazione” per la tuta da meccanico o da operaio.

Prima di finire questo paragrafo, una nota sul cielo di notte: ricordo dei cieli notturni, con tante stelle e la via Lattea, come solo in montagna, e raramente, si possono vedere ora. Il motivo principale era la ridottissima illuminazione stradale e la scarsa urbanizzazione. L’inquinamento poi, con un così ridotto numero di auto e la ridotta industrializzazione, era bassissimo.


4 L’aeroporto (un pratone spianato con qualche hangar e una recinzione) fu costruito nel 1909, quando venne in Italia niente di meno che Wilbur Wright (uno dei due fratelli inventori dell’aeroplano) e si dedicò all’addestramento dei primi piloti. L’Italia ha il triste primato di essere stata la prima nazione ad usare militarmente l’aviazione, nel 1911 nella guerra di Libia. Tra le varie storie, si racconta dell’incidente capitato a Thomas Edward Lawrence (Lawrence d’Arabia) nel 1919, che doveva fare uno scalo tecnico durante un breve viaggio tra Parigi (dove era in corso la conferenza di pace) e l’Egitto. L’aereo si rovesciò in fase d’atterraggio, i due piloti morirono, Lawrence si salvò e in seguito scrisse “I sette pilastri della saggezza”, la sua autobiografia; morì nel 35 in un misterioso incidente di moto.
L’aeroporto di Ciampino, che negli anni 50 era il principale aeroporto di Roma, fu costruito nel 1916. Negli anni venti furono costruiti l’Aeroporto dell’Urbe e l’Idroscalo di Ostia.
L’aeroporto di Fiumicino è del 60.

5 Sempre a proposito di trasporti, a quei tempi i treni erano quasi tutti elettrici, a parte le “littorine” diesel che venivano usate sui tratti non elettrificati. Tuttavia le locomotive a carbone erano ancora usate, ma sulle tratte secondarie (sulla Roma-Viterbo sono state usate, se non ricordo male, fino agli anni 70). Esistevano tre classi, nei treni. La terza classe aveva i sedili di legno non imbottiti. Quando la tolsero, alla fine degli anni 50, le carrozze di terza diventarono semplicemente di seconda “ope legis”, senza nessuna ristrutturazione e furono impiegate per lo più sui treni dei pendolari e al sud.