Privacy Policy La scuola – Trattoria Romana
Centro storico

La scuola

Nel Luglio del 54 ebbi un grave incidente stradale che riuscii a superare vari mesi dopo. I miei decisero di farmi fare l’esame da privatista per l’ammissione in seconda e quindi frequentai la prima solo per un paio di mesi nella primavera del 55, come “uditore”.

La scuola era la “Fausto Cecconi”, che per me architettonicamente è ancora la più bella scuola del mondo. Era grande, solenne, anche elegante: l’unico vero “edificio” di Centocelle. Ci rimasi fino in terza, alla fine della quale cambiai quartiere.

C’erano ancora i segni della guerra, i cerchi con la “S” che indicavano il rifugio sotterraneo per i bombardamenti, le evidenti tracce dei fasci littori staccati, la scritta cancellata “Regia” accanto a Scuola Elementare.

I bambini allora avevano tutti il grembiulino, i maschi blu col fiocco bianco, le femmine bianco col fiocco blu, con cucito sul braccio “i gradi”, cioè l’indicazione della classe. Quasi tutti portavano il colletto duro di plastica bianca (forse celluloide, la plastica era ancora rara). C’era la gara tra le mamme a chi inamidava (nello stirare si usava inumidire con acqua e amido, in modo che la cosa stirata acquistasse una certa rigidità) di più il fiocco del figlio. Nel mio caso la sfida era stata raccolta da Nicolina.

Fui messo nella prima A, la “migliore”. C’era una anziana ed esperta maestra per cui quello era l’ultimo anno prima della pensione. Probabilmente era brava e sicuramente quelle non dovevano essere scolaresche “facili”. Certo che aveva dei modi singolari di “governare” la situazione. Quando arrivavano due o tre bambini particolarmente discoli, li faceva mettere sotto la cattedra (c’era una grossa cattedra chiusa da tre lati, sopra una pedana di legno alta almeno una decina di centimetri). I bambini restavano li sotto per tutto il tempo, giocando con palline o macchinine. Ogni tanto, presi dal gioco, urtavano le gambe della maestra e questa gli “ammollava” un calcio. Ciò ovviamente lo vedevo quando ero chiamato per un’interrogazione alla lavagna. Quando ciò succedeva, le prime volte, memore dei furti di banane dell’asilo, mi portavo appresso la cartella.

Passai in seconda e cambiai sezione: mi misero alla F. Anche questa volta fui messo col maestro migliore, un giovane serio e impegnato: teneva riunioni con gli altri maestri (il che lo allontanava di frequente dalla classe), ci faceva leggere cose in più e nuove rispetto al libro, ci teneva al corrente delle attualità (ricordo quando, in terza, ci parlò del Trattato di Roma, con cui si costituì la CEE, cioè la prima fase dell’Unione Europea, e l’EURATOM, un’agenzia europea per la produzione e lo sviluppo dell’energia nucleare).

La nostra classe era vicina alla “classe dei ripetenti”, una classe differenziale dove erano stati concentrati tutti i casi più difficili. Il risultato era una bolgia continua, molto scarsamente domata da un maestro molto duro (un biondo con gli occhiali scuri).

28In classe, in seconda, eravamo 52 (sì, cinquantadue) e si andava il pomeriggio (ogni anno si alternavano i maschi e le femmine per la mattina e il pomeriggio; non c’erano classi miste). Penso che sia accaduto tre o quattro volte in tutto l’anno che fossimo tutti presenti. Parecchi si assentavano per fare sega (erano pochi i bambini, maschi, accompagnati a scuola), qualcuno perché lavorava. Molti di quelli presenti poi avevano un giorno alla settimana in cui la madre gli dava la purga (l’olio di ricino), e spesso quel giorno se la facevano sotto in classe ed era un problema stargli vicino.

C’erano alcuni bravi, ma alcuni, nuovi immigrati, non si capiva nemmeno cosa dicessero quando parlavano. Uno dei bravi, mi ricordo, piangeva sempre quando il maestro leggeva qualche storia del libro cuore, o anche qualche poesia del Pascoli.

Allora le penne biro erano molto rare e costose e si usava quindi la penna col pennino e l’inchiostro. Nei quaderni c’erano poi sempre dei fogli di carta assorbente, da usare a fine di ogni pagina. Ogni tanto veniva il “custode” con una bottiglia nera col beccuccio e ci rabboccava i calamai che stavano nei banchi. Il buco porta-calamaio è sopravvissuto nei banchi moderni in formica che uscirono negli anni successivi. Ovviamente le macchie, su dita, grembiuli, quaderni e libri, erano all’ordine del giorno.

C’era un capoclasse e un vice-capoclasse che tenevano la disciplina durante le frequenti assenze del maestro. La procedura era la seguente: non appena il maestro usciva, tutti dovevano mettersi “con le mani conserte” sul banco o in posizione di riposo con le mani unite dietro la schiena; il capoclasse andava alla lavagna e segnava il nome di chi parlava o si agitava. Se l’infrazione era ripetuta, il capoclasse metteva una linea sotto il nome. Al ritorno del maestro venivano impartite a ciascun “segnato” un numero di bacchettate sulle mani pari al numero di linee più uno. Il righello usato dal maestro per impartire la punizione era di ottone pesante, di sezione quadrata. Qualche volta l’ho “assaggiato” anche io, anche se in genere ero tranquillo ed amico del capoclasse. Ricordo il bruciore intenso sulle mani.

C’era un bambino dell’ultimo banco che, le poche volte che veniva in classe (normalmente faceva il cascherino), non sapeva assolutamente contenersi e quindi era sempre pluri-sottolineato. Quando tornava il maestro, cercava di nascondersi sotto il banco e stringeva fortemente le braccia ai fianchi per non offrire le palme al giustiziere. Il maestro allora lo solleticava con la punta del righello e, appena si scioglieva un attimo, lo colpiva, spesso sulle nocche che erano tutte graffiate. Mi sono ricordato di questa scena una volta nel sessantotto, durante la carica della polizia a piazza Cavour. Mi ero nascosto in un portone di via Cicerone e vidi un commissario con la fascia tricolore e due celerini che avevano buttato a terra un “capellone” e cercavano di manganellarlo. Il malcapitato si era chiuso a riccio, con la testa chiusa dalle braccia, per ridurre i danni e, mentre un celerino cercava con la punta del manganello di fargli allargare le braccia, il commissario gli intimava “Si sciolga, si sciolga !”.

Oltre alle normali materie, italiano, aritmetica, ecc. c’era la ginnastica, che facevamo normalmente nel corridoio e, qualche volta, nel cortile. Le prime cose che ci furono insegnate furono il mettersi in fila in ordine di altezza (io ero tra i più piccoli), mettersi sull’attenti e sul riposo, e marciare al passo (divertentissimo era quando il maestro diceva “Passo !” e tutto il corridoio rimbombava). Dopo ciò imparammo le flessioni, i piegamenti e vari semplici esercizi a corpo libero da fare intruppati.

Ogni tanto veniva la vigilatrice ad ispezionare i bambini, per controllarne le condizioni igieniche e se avevano pidocchi. Stranamente, date le generali condizioni igieniche del tempo, pochi bambini avevano i pidocchi (ora in quasi tutte le scuole quasi tutti bambini si prendono i pidocchi: sono cambiati i pidocchi o i metodi di profilassi ?).

A Pasqua e a Natale quasi tutti i bambini portavano un regalo al maestro: panettoni, bottiglie di vino, torte fatte dalle mamme, fiori,… Alla fine delle lezioni un gruppo scelto di alunni (tra cui io) portavano in processione i pacchi a casa del maestro.

Facemmo due gite scolastiche, una al circo Krone, un circo tedesco che allora era di passaggio a Roma. Vidi così cosa era realmente un “circo serio”, non quei fantasiosi e poveri spettacoli della campagna della vecchietta.

Un’altra volta facemmo uno scambio con una scuola di Ostia (doveva essere la scuola dove era stato prima il maestro): noi andammo a Ostia e loro vennero a Centocelle. Andammo in questa scuola che era molto peggio della nostra, intravedemmo un po’ di scavi archeologici, poi saremmo dovuti andare al mare (per parecchi di noi era la prima volta, per me la seconda), ma poi il tempo era brutto e, dopo la merenda con i panini portati da casa, lo vedemmo appena e tornammo indietro. Non so cosa fecero i bambini di Ostia che vennero a Centocelle, forse andarono a vedere l’aeroporto.

A me, me piace!