Un dialetto turpissimo

Dante odiava il romanesco, più di quanto non odiasse quasi tutti gli altri “volgari” del tempo

Dal nono capitolo del primo libro del De vulgari eloquentia:

1. Quam multis varietatibus latio dissonante vulgari, decentiorem atque illustrem Ytalie venemur loquelam; et ut nostre venationi pervium callem habere possimus, perplexos frutices atque sentes prius eiciamus de silva.

2. Sicut ergo Romani se cunctis preponendos existimant, in hac eradicatione sive discerptione non inmerito eos aliis preponamus, protestantes eosdem in nulla vulgaris eloquentie ratione fore tangendos. Dicimus igitur Romanorum non vulgare, sed potius tristiloquium, ytalorum vulgarium omnium esse turpissimum; nec mirum, cum etiam morum habituumque deformitate pre cunctis videantur fetere. Dicunt enim: Messure, quinto dici?

3. Post hos incolas Anconitane Marchie decerpamus, qui Chignamente scate, sciate locuntur: cum quibus et Spoletanos abicimus.

4. Nec pretereundum est quod in improperium istarum trium gentium cantiones quamplures invente sunt: inter quas unam vidimus recte atque perfecte ligatam, quam quidam Florentinus nomine Castra posuerat; incipiebat etenim
Una fermana scopai da Cascioli, cita cita se ‘n gìa ‘n grande aina.

5. Post quos Mediolanenses atque Pergameos eorumque finitimos eruncemus, in quorum etiam improperium quendam cecinisse recolimus Enter l’ora del vesper, ciò fu del mes d’occhiover.

6. Post hos Aquilegienses et Ystrianos cribremus, qui Ces fas tu? crudeliter accentuando eructuant.
Cumque hiis montaninas omnes et rusticanas loquelas eicimus, que semper mediastinis civibus accentus enormitate dissonare videntur, ut Casentinenses et Fractenses.

7. Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur.

Traduzione :

Poiché il volgare italiano è diviso in tante varietà, cerchiamo la parlata più decorosa ed illustre d’Italia. Per poter avere una strada transitabile per questa caccia, per prima cosa gettiamo via dal bosco cespugli aggrovigliati e rovi.

In effetti non è chiaro cosa fosse il dialetto romano ai tempi di Dante, e se assomigliasse più al romanesco di oggi, almeno nella pronuncia, o se fosse molto più simile agli altri dialetti laziali.
Poiché i Romani ritengono di dover essere posti davanti a tutti gli altri, sarà giusto che li mettiamo davanti agli altri in quest?opera di bonifica e di estirpazione, dichiarando che essi non sono da prendere in considerazione in nessun trattato dell?eloquenza volgare. Diciamo infatti che quello dei Romani, non volgare, ma piuttosto tristiloquio, è il più turpe di tutti i volgari italiani. Non c?è da stupirsene, dato che essi appaiono anche i più fetenti di tutti per la grossolanità dei costumi e
dei modi esteriori; infatti dicono: Messure, quinto dici?

Dopo costoro, strappiamo via gli abitanti della Marca di Ancona, che dicono Chignamente state siate: con essi tiriamo via anche gli Spoletini. Non si deve dimenticare che sono state create diverse canzoni per sbeffeggiare questi tre popoli: tra esse ne ho vista una, perfettamente congegnata secondo le regole, che era stata composta da un fiorentino di nome Castra. Essa cominciava così: Una fermana scopai da Cascioli, cita cita se ‘n gia ‘n grande aina.

Dopo di questi tiriamo via Milanesi e Bergamaschi e loro vicini; anche su di loro ricordiamo che un tale ha composto un canto di scherno: Enter l’ora del vesper, ciò fu del mes d’ochiover.

E dopo ancora, setacciamo via Aquileiesi e Istriani, che con quel loro accento fermo pronunciano: Ces fas-tu? E assieme a questi buttiamo via tutte le parlate montanare e campagnole, come quelle dei Casentinesi e degli abitanti di Fratta, che col loro accento aberrante da tutte le regole suonano in modo da far a pugni col linguaggio di chi abita nel centro delle città.

Quanto ai Sardi, che non sono Italiani ma andranno associati agli Italiani, via anche loro, dato che sono i soli a risultare privi di un volgare proprio, imitando invece la grammatica come fanno le scimmie con gli uomini: e infatti dicono domus nova e dominus meus.
L”analisi di Dante continua, prendendo in esame parecchie altre parlate, dall?illustre Siciliano, che ha il difetto di essere brutto in bocca al popolino e l?unico pregio di aver avuto come mecenate Federico II, al Genovese, il Bolognese, e i dialetti di tanti altri comuni, che gli fanno storcere il naso (che di per se tanto dritto non era). Curiosamente, a parte il Siciliano e l?Apulo (il Pugliese, ma quale ?), non cita altre parlate del sud Italia: una possibile spiegazione è perché, data la sua scarsa
conoscenza, non vede molta differenza rispetto alla parlata romana, o a quella “Apula”.
Non è chiara la causa del livore di Dante nei confronti della parlata di Roma a quel tempo (che doveva avere delle affinità col Romanesco). Non è chiaro se si trattasse solo di una questione estetica, della mancanza di precise regole sintattiche, della completa assenza di espressioni letterarie
o della probabile estesa presenza del turpiloquio.

È evidente che Dante, che aveva la lungimiranza di guardare a una lingua “italiana” e l?ambizione che questa sarebbe stata il “suo” fiorentino, doveva colpire pesantemente il “volgare” della città che aveva indiscutibilmente il più grande prestigio storico. Inoltre la Roma di quel periodo non aveva espresso importanti scrittori e la corte papale, anche per il suo cosmopolitismo, ancora utilizzava il Latino.

Nei volgari del tempo di Dante ci doveva essere spesso una forte differenza tra la parlata “curiale” e quella popolare, differenza molto probabilmente inferiore per Firenze e i comuni della Toscana. Continua…

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