Privacy Policy La Quaresima: digiuni, feste e severi editti papali – Trattoria Romana

La Quaresima: digiuni, feste e severi editti papali

In Quaresima pe’ ddivuzzione […]
se magneno li maritozzi,
anzi c’è cchi è ttanto divoto pe’ magnalli
che a ccapo ar giorno
se ne strozza nun se sa quanti

(Giggi Zanazzo –Tradizioni Popolari Romane, 1908)

I versi vivaci e ironici di Giggi Zanazzo (Roma 1860-1911), poeta, commediografo e antropologo romano cui si deve la conoscenza del popolo di Roma e delle sue tradizioni, ma anche abile verseggiatore di grande sensibilità e realismo, ci introducono all’usanza quaresimale “der zanto maritozzo”.

Il celeberrimo dolce romano era molto amato in quel periodo, tanto che il primo venerdì di marzo (il nostro San Valentino) i giovani lo donavano alla donna amata. Pensare oggi al maritozzo, stando ai versi di Zanazzo, come alimento consumato durante il periodo di digiuno quaresimale fa sorridere. Anche perché le regole in quel periodo, e nei secoli precedenti, erano severissime. Le autorità pontificie emanavano ogni anno appositi proclami per regolamentare l’uso dei cibi nel periodo che precedeva la Santa Pasqua. Ad esempio solo il “valetudinarij e infermi”, cioè gli anziani e i malati, potevano mangiare formaggi, uova e carni, ma anche per loro c’era bisogno di un permesso scritto. Tutti coloro «che sottoscrivevano dette licenze senza legittima causa oltre al partecipare, che faranno de’ peccati d’altri nel che si carica la coscienza loro, saranno da noi puniti ad arbitrio nostro».

C’è stato persino un sacerdote romano, Giuseppe Righetti, che nel 1834 ha scritto – sotto forma di dialogo scherzoso – una specie di manuale del “perfetto digiunatore”, consentendo a noi posteri di conoscere perfettamente come a Roma ci si dovesse comportare a tavola durante la Quaresima. Il popolo era avvertito, dunque. Ma c’era sempre chi non badava troppo agli editti papali ed erano proprio quelli che, più di ogni altri, avrebbero dovuto osservare gli avvertimenti della Chiesa. E ancora Zanazzo ci riferisce: «Cce so bbône ddispense p’er magnà dde grasso, che sse ponno co’ ppochi sòrdi ottiene’ ddar curato de la parrocchia».

«A coloro che volevano invece essere ligi alle regole – scrive Paola Staccioli nelle Feste romane – Tascabili Economici Newton – non restava che rimpinzarsi di ceci e baccalà… fortunatamente però c’erano i maritozzi con cui consolarsi!».

Ma il periodo quaresimale non era posto sotto controllo dall’autorità ecclesiale solo per quanto riguardava il consumo del cibo. Soprattutto per il precetto pasquale l’atteggiamento ecclesiale era particolarmente rigido, tanto da rendere ancora più rigorose le regole cui la popolazione doveva attenersi in quei giorni. Erano state create per l’occasione delle Iiste, denominate gli Stati delle anime. Si trattava di elenchi che ogni anno, dal Cinquecento sino al 1870, venivano compilati da ciascun parroco. Una sorta di inventario stilato al termine delle visite nelle case, locande, botteghe e ogni altro ritrovo in cui venivano riportati i nomi di tutti i romani, adulti e battezzati, che si erano confessati e avevano ricevuto la comunione. La popolazione romana era divisa in categorie, compresa quella delle meretrici e concubinari, vittime principali delle misure repressive delle autorità ecclesiastiche.

«Quelli che nun aveveno pijiato Pasqua” – è ancora Zanazzo che scrive – er 27 d’agosto se vedeveno er nome e er casato de loro scritto sopra un tabbellone o cartellone de fôra de la cchiesa de San Bartolomeo all’Isola (Tiberina, ndr)»; i nomi venivano incisi su una colonna, ora scomparsa, mentre chi era in regola con confessione e comunione riceveva un biglietto che certificava che gli adempimenti pasquali erano stati regolarmente osservati.

Il vizietto di corrompere per ottenere un favore era, però, in voga già a quei tempi. Sulla colonna, infatti, oltre ai trasgressori puri venivano iscritti anche coloro che non avevano «uno scudo da rigalà ni ar sagrestano pe’ ffasse precurà un vijetto, ni a quelli bbizzochi farzi che ppijaveno Pasqua pe’ lloro e ppe’ le poste», ovvero – come dice Staccioli – «chi si comunicava al posto di un altro in cambio di una somma di denaro».

Questo perché a quei tempi chi non rispettava gli obblighi religiosi commetteva peccato mortale e, di conseguenza, veniva scomunicato, interdetto dagli uffici religiosi e senza sepoltura ecclesiastica. Si arrivava addirittura al carcere e alle pene corporali. Recita il Belli nel 1834 a conferma anche di quanto raccontava Zanazzo:

Nun prenno Pasqua: ebbè? scummunicato
ho ppiù ffed’io, che un Giuda che la prenne
perché un bijetto se crompra e sse venne
e er chirico ne sa più del curato

Gli editti papali riguardavano – oltre che il cibo e il prendere Pasqua – anche lo stile di vita che i romani dovevano osservare durante la Settimana Santa. Proibiti, ad esempio, feste e divertimenti, anche se i tentativi di frenare l’ambita spensieratezza che si sprigionava in occasione delle festività andavano sistematicamente a vuoto. Gli editti vietavano «di fare disordini, schiamazzi e scandali» e di utilizzare le cerimonie religiose a pretesto per passatempi mondani. Questo perché l’usanza di intrattenersi nelle chiese in incontri e corteggiamenti era una consuetudine molto praticata a Roma e, nonostante editti e divieti tassativi, non ha mai cessato di esistere. Persino alle suore veniva vietato di allestire i sepolcri, che veniva considerata un’attività troppo mondana dato lo sfarzo degli addobbi. Le osterie dovevano restare chiuse la notte e alle prostitute era vietato apparire in pubblico, così come accadeva durante tutte le festività religiose. A loro era tutto vietato: entrare in chiesa, presenziare alle funzioni dei sepolcri, circolare sui cocchi o a cavallo e ricevere uomini nelle loro abitazioni.

Così ci racconta sempre Giggi Zanazzo nelle sue “Tradizioni Popolari Romane” (1908): «Ne le du’ sere der gioveddì e vennardi ssanto, li pizzicaroli romani aùseno a ffa’ in de le bbotteghe la mostra de li caci, de li preciutti, dell’òva e dde li salami. Certi ce metteno lo specchio pe’ ffa’ li sfonni, e ccert’antri cce fanno le grotte d’òva o dde salami, co’ ddrento er sepporcro co’ li pupazzi fatti de bbutiro, che sso’ ‘na bbellezza a vvedesse. E la ggente, in quela sera, uscenno da la visita de li sepporcri, va in giro a rimirà’ le mostre de li pizzicaroli de pòrso (facoltosi), che ffanno a ggara a cchi le pò ffa’ mmejo».

Ecco allora la colazione che, ieri come oggi, era a base di «salame e ova toste», mentre il pranzo prevedeva, come ci ricorda il Belli «brodetto, ova, salame, zuppa ingresa, / carciòfoli, granelli e ‘r rimanente, / tutto a la grolia de la Santa Chiesa».

Per maggiore comprensione del lettore con poca dimestichezza col romanesco ingresia sta per inglese e i granelli sono i testicoli di vitello o di agnello

Articolo di C.Pumpo (www.comune.roma.it) – fonte: “Feste Romane” di P. Staccioli – Tascabili Economici Newton.