Tanto pe magna

Un romano in California

Esperienze gustative “questo ‘o damo ar gatto, questo ar sorcio…”.

Vado spesso in California, nella zona Sud, tra Los Angeles e San Diego, denominata Orange County. Il nome deriva dal fatto che un tempo in questa regione prosperavano gli aranci la grande maggioranza dei quali, al presente, è stata abbattuta per far posto agli insediamenti umani. Ma la natura non si piega più di tanto, l’intera regione è caratterizzata da intensi profumi di agrumi che si evidenziano alla minima brezza. Qui il sole è fortissimo (talvolta asciuga il sudore), siamo molto più a Sud di Ragusa ma non si soffre molto il caldo grazie all’aria quasi sempre fresca e mai umida e alla scarsa capacità della terra di assorbire calore che, quindi, non lo restituisce dopo il tramonto. Se esci la mattina e prevedi di rientrare a sera inoltrata porta con te qualcosa per coprirti o sentirai freddo. In sostanza anche nella sera del giorno più caldo si dorme con almeno un lenzuolo sopra e a Natale si va tranquillamente in pantaloncini e maglietta durante il giorno salvo poi coprirsi la sera. L’acclimatamento dell’italiano in questa terra presenta un minimo di difficoltà, non siamo abituati a forti escursioni termiche giorno/notte e, infatti, puntualmente prendo il raffreddore qualche giorno prima di tornare a casa.

L’incontro con persone di discendenza italiana è frequentissimo, direi che la grande maggioranza delle persone che ho conosciuto ha almeno i nonni o i bisnonni che erano italiani e, quando ci presentiamo, ci guardano con ammirazione, se poi diciamo che veniamo da Roma allora si profondono in apprezzamenti molto particolari e gentili. Si sa, Roma Caput Mundi! E mi spiace per gli altri ma è così. Non è una mia opinione o impressione, ma è quanto rilevo e riporto con assoluta imparzialità. Se camminiamo in un centro commerciale e facciamo attenzione alle insegne è troviamo spesso la parola Italy o Italian. Un piccolo pezzetto di terra infinitesimo rispetto agli States eppure così significativo e fortemente rappresentato e apprezzato in una terra così lontana!

Ma ci avete fatto caso? Con un conterraneo appena conosciuto parliamo del malgoverno, della partita che è stata o che sarà, del traffico del venerdì sera in uscita da Roma, del caldo torrido o della pioggia incessante ma appena conosciamo una persona che sia di madrelingua diversa dalla nostra si va subito e sempre a parlare di cibo! Perché? Ma è semplice, l’essere umano ha un marcato bisogno di comunicare e con uno straniero come fai a comunicare? Cerchi un argomento sul quale ci si possa intendere, quell’argomento ancestrale che accomuna tutti i popoli, sul quale ci si intende benissimo, sin dalle prime battute, in questo caso il linguaggio è universale. Il cibo. La condivisione del cibo è il primo punto della socializzazione, elemento di cui il genere umano ha un bisogno ormai innato. Il momento magico della socializzazione è quello che si vive intorno a un tavolo con le vivande poste sopra, è la socializzazione praticata a livello primitivo, quella che genera in noi un senso di allegria e di benessere al quale indugiamo molto ma molto volentieri.

Tutto questo: l’escursione termica che accelera il metabolismo (buona la scusa!), il profumo d’arancio che è aperitivo, l’appartenenza al popolo che ha una delle tradizioni culinarie più radicate al mondo che ben rappresentiamo e che non ci permette di sfigurare, la socializzazione con altre persone che mangiano anche loro (che viziaccio), l’aver camminato a piedi sino a qui (me ne mancava una), neanche a dirlo, tutto questo, dunque, ci induce una fame da lupo che dobbiamo governare indirizzando bene le nostre scelte culinarie. E, come vedremo, ne avremo ampia possibilità.

La cucina californiana non ha una particolare caratterizzazione: troviamo carne, pesce, vegetali e frutta a un livello qualitativo medio/alto abbastanza costante salvo qualche rara eccezione verso l’alto e verso il basso. Onnipresenti, al ristorante, i “fettuccini Alfredo” (interessante e divertente la lettura su Wikipedia) personalizzati alla maniera statunitense, tipicamente con aggiunta di carne, pollo o pesce. Moltissimi i locali specializzati in burger, tipicamente fast food, con caratteristiche di qualità che spaziano da bassa a alta, ma anche slow food dove il burger viene servito al tavolo, la qualità, in questo caso è molto elevata.

Voglio fare un inciso dedicato alle verdure: noi siamo abituati a cuocere i broccoli, gli asparagi, le zucchine e quanto altro. Il tipo di cottura è totale. Qui, in qualsiasi ristorante e in qualsiasi casa, si usa cuocere le verdure un minimo, in modo di addolcirne appena il sapore e preservarne le proprietà organolettiche. Personalmente mi sono abituato subito a questo “strano” modo di mangiare i vegetali tanto che lo preferisco di gran lunga alla nostra cottura totale che uccide tutte le sostanze. Tenetelo ben presente quando vi troverete davanti a un contorno di broccoli.

La cucina tipica che ho percepito essere la più diffusa è quella messicana, caratterizzata da piatti sempre ricorrenti nei vari ristoranti, con una qualità che va da bassa a medio alta con poche eccezioni. L’abito non fa il monaco: non è detto che in un ristorante messicano si mangi meglio che in un fast food messicano. Attenzione: la cucina messicana e sudamericana in generale prevede un ampio uso del coriandolo che qui si chiama cilantro, è un ingrediente cardine dei sapori tipici sudamericani: allergici siete avvisati.

La cucina che, per diffusione, è seconda a quella messicana è quella italiana. Si tratta di una cucina molto personalizzata agli usi statunitensi: si serve un piatto unico preparato con ingredienti relativi al primo e al secondo piatto con aggiunta di contorno. Di italiano c’è ben poco, mai abbiamo mangiato una bistecca con le penne all’arrabbiata e i broccoli al vapore messi insieme nello stesso piatto o gli spaghetti alla carbonara con l’insalata (orrore, li avevo cucinati con tanta cura)! Si mescolano i sapori e addio cucina italiana. E poi i condimenti sono del tutto differenti dai nostri. Pur se non pienamente definibile “cucina italiana” rimane comunque una cucina apprezzabile, buona, a volte squisita. Attenzione che non mancano le fregature tipo spaghetti conditi con succo di pomodoro bollito et similia, stesso succo messo sopra un ottimo petto di pollo fritto. Questa cosa mi fa rabbia, quale opinione possono avere gli americani della cucina detta “italiana” praticata in questo modo barbarico? Meno male che i ristoranti a fregatura sono abbastanza rari.

Ci sono, poi, altri tipi di cucine come le abbiamo in Italia: cinese, greca, giapponese, thailandese, francese e via dicendo.

A me, me piace!