Privacy Policy Via dei Carpini n. 16 – Trattoria Romana
Fuori le mura,  Periferie

Via dei Carpini n. 16

Ricordo il breve viaggio con mia madre in trenino da Tor Pignattara alla “casa nuova”, a Centocelle1. Doveva essere non so quale mese del 51. Avevo circa due anni.

Mio padre era già li, con le casse piene di libri e di oggetti. Non c’erano mobili, solo un tavolo nuovo con ripiano di marmo, delle sedie, tre reti, un mobiletto su cui nella tarda mattinata fu appoggiato un fornello appena comprato, a tre fuochi.

Ricordo il biancore delle pareti, l’odore della calce fresca. Correvo per le stanze vuote e scoprivo il rimbombo. Trovai la matita rossa e blu con cui mia madre correggeva i compiti. La provai sulle pareti bianche: splendido, almeno finché non se ne accorse mio padre.

Nei giorni successivi arrivarono i mobili, tutti nuovi, per lo più dal mobilificio Gaggioli, ed ogni volta era una festa.

La nuova casa non aveva le due grandi terrazze della casa di Tor Pignattara che davano sull’acquedotto romano, allora “ostruito” dalle baracche degli sfollati della guerra, ma aveva un balcone che dava sulla campagna (ancora per poco) e su una serie di cantieri edilizi, qualcuno dei quali (ma pochi) aveva anche una gru. All’ora di pranzo e alle cinque, c’era la sirena dei cantieri. Quando arrivavano a costruire il tetto, mettevano la bandiera italiana.

Osservavo per ore gli operai che “costruivano” le case e mi sembrava il lavoro più bello del mondo, e così decisi che cosa avrei voluto fare da grande. Poi i miei mi convinsero che era meglio fare l’ingegnere (o al più l’architetto), che facevano anche loro le case, anzi decidevano come farle e quindi, a malincuore (ingegneri e architetti non giocavano con calce e mattoni e soprattutto non si facevano quei bei berretti di carta di giornale che portavano sempre i muratori), scelsi la mia strada.

La nuova casa non aveva le persiane, ma le serrande, verdi, di nuovo tipo, non aveva cornicioni, stucchi o modanature esterne, ma era un quasi perfetto parallelepipedo grigio-chiaro, con la tinteggiatura esterna “sbrizzolosa”. Aveva 16 appartamenti (noi avevamo l’interno 15, all’ultimo piano). Si pagava quasi 30000 lire al mese, praticamente lo stipendio di mio padre. Non c’era ascensore, non c’erano termosifoni, non c’era scaldabagno, ma sopra, all’ultimo piano, c’era il lavatoio e lo stenditoio, con rigidi turni settimanali, dove i ragazzini del palazzo, quelli ancora troppo piccoli per giocare in strada, giocavano tra le lenzuola , le magliette e le mutande. Oltre al nascondino e all’acchiapparella, c’erano i giochi delle femmine, molto più raffinati, con le cantilene, “Regina reginella”, “Ambarabà ciccì coccò”, la corda, la palla a muro,… e quelli dei maschi, la lotta, il calcio (quante volte la palla finiva di sotto), il picchio (la trottolina di legno con lo spago).

L’appartamento aveva tre stanze, una cucina molto piccola e il bagno che si affacciavano su un corridoio a L. Le finestre dello studio (che sarebbe diventata la mia camera) e della camera da letto davano sulla “campagna della vecchietta”, oltre la quale c’era un viottolo di campagna con una specie di bar dove vendevano d’estate il ghiaccio, e l’arena, un cinema estivo all’aperto. Lontano si vedevano “le montagne”, cioè i colli albani, con lo stranissimo Monte Cavo, piatto in cima, che d’inverno si imbiancava di neve. Il balcone della sala da pranzo (“la terrazza”) dava su un cortile e di fronte, a pochi metri, era in costruzione un palazzo gemello. In fondo, sulla sinistra, si intravedeva la casa del popolo, con la bandiera rossa.

Con la nuova casa era arrivata anche la sorellina, che ancora non sapeva camminare e si aggirava per casa con il girello.

Nei primi giorni del trasloco il ripiano di marmo del tavolo, molto pesante, cadde per terra e si lesionò: una spaccatura che partiva dal bordo, seguendo quasi una venatura, per una decina di centimetri. Nei giorni seguenti la lesione continuava a camminare, inarrestabile: non si sapeva come fare. Venne zio Peppino in visita e propose di fare un foro rotondo sul cammino della lesione: mio padre lo fece, di circa mezzo centimetro di diametro, con un trapano a mano, poco più di un chiodo, e la cosa funzionò perfettamente e io rimasi fortemente colpito dalla soluzione. Il foro nel tavolo c’è ancora e fu molto utile per fare lavori vari di bricolage (può essere molto comodo avere un tavolo con un buco).
Continua…

2. Il nome viene da Centum Cellae, un grosso acquartieramento di truppe in epoca imperiale, costruito quando il Campo Marzio non fu più sufficiente

A me, me piace!