Privacy Policy Vita di casa – Trattoria Romana
Fuori le mura

Vita di casa

Senza televisione, senza frigorifero, senza automobili, la vita era ben diversa da ora. Senza televisione.

Cosa ne prendeva il posto ?
La televisione ha varie funzioni; essenzialmente:

  • 1 connessione col resto del mondo, cioè notizie
  • 2 fornitore di spettacoli, storie, racconti
  • 3 bambinaia
  • Per la prima funzione c’era la radio, con ben due canali (c’era pure il terzo, ma si sentiva di rado), che faceva da sottofondo per tutta la giornata e la sera tutti intorno ad ascoltarla.

    La radio. La nostra era “moderna”, quindi relativamente piccola, con due manopole, una per l’accensione e il volume e l’altra per cambiare stazione, con un indice su un quadrante con nomi esotici o misteriosi: Vilnius, Belgrado, Londra, Monte Ceneri, oltre a Milano 1, Roma 2 e così via. E, se di giorno le stazioni erano pochissime, la sera se ne ricevevano molte decine, in lingue ignote, frammiste a fischi e pernacchiette.
    Poi c’era il tastino “onde corte”, e li ci si poteva sbizzarrire perché si riceveva da tutto il mondo sempre e le trasmittenti erano ancora di più. Molte trasmettevano in Morse e c’erano anche le telefonate dalle navi in navigazione, di cui si sentiva solo la voce di chi parlava da terra (il segnale dalla nave era troppo debole per il nostro apparecchio e la nostra antenna).

    Importantissimi erano i cinegiornali al cinema, che facevano vedere le immagini delle cose che accadevano: importantissimi forse soprattutto per lo sport.

    Poi i giornali, soprattutto quelli della sera (Paese Sera e Momento Sera), venduti soprattutto dagli “strilloni”, uomini con la voce roca e un fascio di giornali sul braccio, che urlavano le notizie, come i fruttivendoli o i pescivendoli al mercato propagandavano ad alta voce i propri prodotti.

    Per quanto riguarda gli spettacoli c’era il cinema. Ma anche il circo: quando c’era ci si andava quasi tutte le sere (vedi dopo). Poi i mangia-fuoco, i fachiri e altri artisti di strada, come lo Zampanò de “La Strada”; nella parte di Gelsomina c’era normalmente un ragazzino, quasi sicuramente non un figlio.

    I bambini, senza televisione, giocavano molto di più di ora. E con pochi giocattoli si inventavano tante attività e, forse, si divertivano di più. Io facevo flotte di velieri con i gusci delle noci, barchette con motore a elastico, trappole per mosche (dato che giravano ancora carri tirati da cavalli e asini, ce ne erano tante). Quando imparai a contare, misi in una busta mille (esattamente mille) pezzettini di carta e ci scrissi sopra “1000”, per vedere quanti erano: tanti, ma non tantissimi, come pensavo: in fondo 1000 lire erano tante, ma non tantissime (una quindicina di euro) e nel salvadanaio forse, prima o poi, ci sarei anche arrivato ad averle.

    Senza frigorifero. Come si faceva ? Ovviamente non si conservava quasi nulla: ogni giorno si comprava quello che serviva, soprattutto latte e carne. Poi d’estate, per tenere le cose in fresco, si comprava un blocco di ghiaccio e ci si rinfrescava il vino, l’acqua, la frutta e qualcosa che si voleva conservare. Si metteva il blocco di ghiaccio in una specie di bacinella, coperto con uno straccio e con le cose da tenere in fresco. Ricordo le chiacchiere delle donne che, col caldo, si lamentavano che il latte aveva fatto il fungo (cioè si era inacidito).

    Il latte veniva venduto in una bottiglia caratteristica (che, chissà perché, era simile a quelle usate in America: forse per il cinema), ovviamente vuoto a rendere (tipo, a fine anni 50, 92 lire il latte e 40 la bottiglia), con il collo molto largo e un coperchietto di stagnola molto leggero (che ovviamente raccoglievo per costruirci cose). Molti anni dopo fu introdotto il tetrapak, un tetraedro di carta plasticata, inventato in Svezia nel 1943; una delle invenzioni forse più geniali e più idiote.

    Senza frigo. E quando dovevi prepararti per il pranzo di Natale, col cappone, l’anguilla, eccetera ? Beh, gli animali li compravi vivi al mercato, poi quando era il momento, li si uccideva. Se era un pollo papà lo uccideva (tirandogli il collo e poi dissanguandolo) tra i pianti di noi bambini; io poi avevo il compito di rifinire il lavoro di spennatura. Se era un’anguilla o un cappone, era regolare che questa riuscisse a fuggire per tutta casa e bisognava snidarla da sotto qualche mobile: poi mamma la tagliava a pezzi, ognuno dei quali continuava a divincolarsi se non a scappare per un po’.

    Della mancanza di automobili, parlerò nel prossimo paragrafo.

    Le feste cambiavano completamente il tran tran quotidiano. Quelle di Natale in modo particolare. Il primo Natale lo festeggiammo con una frasca con dei mandarini attaccati, ma nei successivi ci fu il presepe e l’albero di natale. Per il presepe c’era una gara aperta tra mio padre e zio Franco: mio padre, bravo falegname dilettante, costruiva casette di legno, con le scale, le colonnine coi capitelli, dentro i mobili e le suppellettili, mentre mio zio puntava alle soluzioni tecnologiche: luci, fiumi dove scorreva veramente l’acqua.

    La cosa più insensata delle feste di Natale era che i regali ai bambini li portava la Befana, l’ultimo giorno dei quindici di festa. Quindi erano le feste dell’attesa.

    C’erano poi delle tradizioni (o regole) religiose: il venerdì non si mangiava nulla che fosse carne (ma il pesce sì, allora si riteneva che fosse penitenziale), la vigilia di Natale non si toccava cibo fino a quasi mezzanotte (regola parzialmente corretta con la possibilità di abboffarsi di frittelle con acciughe o baccalà). La settimana di Pasqua poi era un supplizio: si facevano pizze piene, pastiere, casatelli, arrivavano uova di Pasqua e altro, ma non si poteva assaggiare nulla di ciò, assolutamente nulla fino alla mezzanotte del sabato.

    Per un paio di anni stette da noi mia nonna Mariuccia, la madre di mia madre, vestita sempre con vestiti neri lunghi fino ai piedi, non tanto diversi da quelli che avrebbe indossato nell’ottocento. Portava il lutto da oltre vent’anni.

    La nonna portò con se la macchina per cucire Singer (che nessuno si sarebbe mai sognato di pronunciare all’inglese) a pedali: la cosa più tecnologica della casa, che a me faceva impazzire e quando potevo cercavo sempre di metterci le mani per vedere i meccanismi e capire come funzionava. Una volta mi punsi un dito da parte a parte. Sotto la macchina da cucire era il mio luogo preferito quando dovevo piangere.

    Appena arrivata a Roma, mia nonna mandò a comprare delle carte da gioco. Ci andammo io e la “donna di servizio” (come si chiamavano allora le colf), a via dei Castani quasi vicino alla chiesa. Le carte non erano le napoletane a cui era abituata mia nonna, ma le piacentine, che erano le uniche che allora erano diffuse a Roma (io le trovo le più belle carte da gioco del mondo). Imparai i giochi di carte e soprattutto il solitario di Napoleone che faceva sempre mia nonna.

    Mia nonna passava molto tempo a pregare. Aveva dei libretti (di preghiere ?) con storie strane, con i supplizi di vari martiri; ricordo quello di un decapitato che si alzò e raccolse la testa (S. Dionigi ?). Ricordo certi opuscoletti con immagini di santi e diavoli, in particolare un diavolaccio su una barca che mi atterrì a lungo: scoprii in seguito che era una riproduzione in bianco e nero del Caronte del Giudizio Universale della Cappella Sistina. Riuscivo a neutralizzarla con l’immagine dell’angelo col violino di Melozzo da Forlì.

    Nonna Mariuccia era molto ordinata: se c’era una sedia storta la sistemava, se c’era qualcosa sul tavolo o sul comò in una posizione che riteneva non consona, la raddrizzava. Mi richiamava spesso perché a tavola non stavo “composto”: mia madre mi raccontava che quando lei era piccola la nonna aveva un frustino che usava sotto il tavolo quando uno dei figli non stava perfetto a tavola.

    Io ero mancino (o forse ambidestro), una cosa intollerabile per mia nonna. Mi fece cambiare. Mi è rimasta una calligrafia da schifo.

    Le volevo molto bene. Quando si arrabbiava le cantavo “Parlami d’amore Mariù” e lei mi diceva che ero “un birbante”.

    Avevo un amico del cuore, Gianni, che abitava alla porta accanto ed aveva un anno più di me. Era figlio di un grande invalido, calabrese, eroe di guerra (aveva ributtato in mare una bomba caduta sul ponte della sua nave, ma gli era esplosa quasi addosso e aveva perso entrambe le braccia e un polmone), e di una friulana. Il padre, qualche volta, raccontava storie di guerra; ricordo un episodio accaduto durante il bombardamento della nave: c’erano feriti ovunque, un graduato dava ordini convulsi: “Tira quella cima!”, il marinaio obbedì e cominciò a tirare la fune, per accorgersi dopo un po’ che erano le budella di un suo compagno.

    I nostri vicini comprarono la televisione e spesso andavamo a vederla da loro, soprattutto il Giovedì, quando c’era “Lascia o Raddoppia”.
    Tra l’altro ricordo il matrimonio di Ranieri di Monaco con Grace Kelly, nel ’56. Allora andavo in seconda elementare, il pomeriggio, perciò passai tutta la mattinata con la madre di Gianni e la nostra donna di servizio a vedere la televisione, la prima diretta “Eurovisione”.

    Giocavo anche con altri bambini, nel terrazzo-stenditoio e poi ogni tanto venivano i cugini da Torpignattara. Quando cominciai ad andare a scuola ebbi il permesso di andare a giocare in strada, nel vicolo sotto casa e nelle zone limitrofe. Uno dei giochi che alla fine si andava a fare era dividersi in due bande e tirarsi i sassi. E certi piccoli delinquenti non si limitavano a tirare ciottoli di ghiaia, ma lanciavano pezzi di mattone e pietre più grandi. Per l’incidente che avevo avuto a cinque anni avevo la testa molto delicata. Mi bastava un sasso in testa e mi scoppiava un mal di testa molto doloroso. Almeno un paio di volte tornai a casa sanguinante, ma niente pianti, dovevo minimizzare, se no mia madre non mi avrebbe più mandato a giocare.

    Non c’erano termosifoni, e d’inverno faceva freddo. Avevamo una stufetta, le borse per l’acqua calda (io ne avevo una di alluminio, a forma di bottiglia del latte, di cui ero molto soddisfatto), e delle cuffiette di lana per la notte.

    Una mattina ci fu il terremoto. Ero in casa con mia sorella e Nicolina. Si sentì un rombo sordo e la credenza con dentro piatti e bicchieri si mise a vibrare, qualche bicchiere si ruppe. La gente vociava in strada, Nicolina era agitata, ma rimanemmo in casa. Mi sembrò divertente, come quando si sentirono gli spari per le strade.

    Elenco qui alcune cose relative alla vita di casa, che sono scomparse:

    • L’acqua in casa era di due tipi: l'”acqua corrente” e l'”acqua di cassone”; la prima era quella che più spesso si usava per bere, ma il flusso era ridotto e talora mancava per ore; la seconda era la stessa acqua, ma veniva accumulata in cassoni che si trovavano all’ultimo piano o, in certi casi, in cucina vicino al soffitto: meno igienica, ma non ci facevi notte se dovevi riempire una tinozza o la pentola della pasta.
    • Il caffé si faceva con la caffettiera napoletana, uno strano pentolino doppio che andava rigirato dopo la bollitura dell’acqua. Il caffé si vendeva a chicchi e veniva macinato a mano di volta in volta con dei macinini cubici marroni.
    • La domenica si faceva la pasta a mano (tagliatelle, lasagne, agnolotti e, noi di tradizioni parzialmente campane, anche fusilli o orecchiette). Il giovedì, gnocchi di patate. Tutte le famiglie avevano la tavola per fare l’impasto e il mattarello.
    • A settembre si facevano le “bottiglie di pomodoro”, cioè la provvista di sugo per l’inverno. Era una kermesse spesso multi-familiare, con pentoloni di pomodoro, pentoloni per far bollire le bottiglie riempite. E poi sperare che non esplodessero per fermentazione. In effetti le “boatte” (dal francese boite), i barattoli di pomodoro che si vendevano allora, erano molto meno buone e anche più care.
    • Molto usati erano gli insetticidi, anzi, l'”insetticida”, cioè il DDT, il dicloro-difenil-tricloroetano, che in seguito fu messo fuori-legge per il gravissimo inquinamento ambientale e i danni alla salute che provocava. Veniva messo in uno spruzzatore a mano di forma caratteristica, con un serbatoietto del DDT sul davanti. Lo si chiamava anche “flit” dal nome commerciale di uno dei prodotti. Certo, non c’e da rimpiangere il DDT, però aveva sconfitto pidocchi, cimici e, in altri paesi del mondo, gravi malattie come la malaria, la febbre gialla e altro³.
    • Il “tessilsacco”, bustona di carta e cellophan in cui si conservavano i vestiti fuori stagione, assieme alla naftalina. Le tarme, farfalline notturne le cui larve divorano la lana, erano un vero flagello.
    • I materassi (e i cuscini) erano di lana o di crine vegetale, e , ogni tanto, si facevano “cardare”: arrivava il materassaio, con un apposito apparecchio con tanti chiodi che sembrava il cuscino di un fachiro e rendeva la lana di nuovo morbida. Poi, prima di rimetterla dentro e di rifare i materassi, si lavava.

    • I bambini, quando pioveva, mettevano la mantella incerata e gli stivali di gomma. Era un vero piacere poter sguazzare nelle pozzanghere senza che la mamma ti sgridasse.
    • Le scarpe, quando si consumavano o si rompevano venivano mandate a risuolare dal calzolaio; certe volte era in grado anche di allargarle.
    • I vestiti di rado venivano comprati già confezionati. Più spesso si comprava la stoffa e la si portava dalla sarta. Stranamente, costava di meno. I colletti delle camicie avevano delle speciali taschine in cui si mettevano delle stecchette, si diceva di balena, ma forse erano di celluloide, che li rendevano rigidi. Nello stirare alcuni indumenti si usava abbondantemente l’amido, per far loro acquistare rigidità.
    • Le scope erano di saggina, una graminacea coltivata praticamente solo per fare le scope.
    • Il secchio dell’immondizia veniva messo fuori della porta di casa, al pianerottolo nei palazzi, la sera (un modo di dire era “buonanotte al secchio”, forse ancora usato). Veniva ritirato dal netturbino che si faceva tutte le scale con un sacco sporco sulle spalle la mattina. La puzza dell’immondizia la notte infestava gli androni.

    • ³ Scoperto come insetticida da Paul Müller nel 1939, che vinse per questo il premio Nobel; usato per la prima volta durante la seconda guerra mondiale.

      A me, me piace!