Come se dice...

Non c'è trippa pe' gatti

L'espressione "non c'è trippa pe' gatti" significa che non c'è nulla di buono o interessante, spesso riferendosi a una situazione in cui non ci sono risorse o opportunità. La trippa, considerata un cibo semplice e non pregiato, diventa un simbolo di qualcosa di poco appetitoso o scadente. Insomma, se già la trippa è roba di seconda scelta, figuriamoci quando manco quella c’è: vuol dire che siamo al punto in cui ti tocca annusare la pentola vuota e fingere di essere sazio.

In contesti più ampi, può anche indicare che non si può contare su qualcosa o che non c'è speranza di ottenere quello che si desidera. È un modo colorito e tipico del linguaggio romano per esprimere una certa frustrazione o delusione, ma con quella leggerezza rassegnata che sa di pernacchia più che di lamento. È il modo di dire perfetto quando qualcuno ti promette mari e monti e poi ti lascia con le briciole… e nemmeno fresche.

Qualcuno fa derivare quest'espressione da un aneddoto risalente al 1900 e legato ai gattili romani, in cui venivano allevati gatti con l'obiettivo di scacciare i topi da Roma. L'allora sindaco, famoso per i tagli alle spese, quando vide sul bilancio la voce "Frattaglie per i gatti" decise di cancellarla. Tradotto: “Signori, i topi restano, i gatti digiunano, e se vi lamentate vi do pure la ricevuta.” Così regalò ai romani non solo un problema di roditori, ma anche un’espressione immortale.

Ecco perché “non c’è trippa pe’ gatti” oggi lo puoi usare in mille situazioni: dal tuo capo che ti promette un aumento inesistente, al cameriere che ti porta un piatto vuoto con sopra un rametto di prezzemolo e lo chiama “nouvelle cuisine”. È la frase giusta per ricordare che, in fondo, la vita è un ristorante senza menù, e noi siamo i gatti che aspettano invano sotto al tavolo.