Febbre da cavallo

Febbre da cavallo

Storia, gloria e follia di un animale che ha fatto correre l’umanità

C'è una cosa che l'uomo ha sempre saputo fare molto bene: trovare un modo per complicarsi la vita.

Quando ha avuto fame, ha inventato l'agricoltura. Quando ha avuto freddo, ha inventato le case. Quando ha dovuto spostarsi più velocemente, ha inventato la ruota.

E quando ha incontrato il cavallo, invece di limitarsi a dire «Grazie, finalmente qualcosa che cammina più veloce de me», ha pensato bene di salirci sopra.

Da quel momento è cominciato tutto.

Il cavallo è stato compagno di lavoro, mezzo di trasporto, macchina da guerra, messaggero, simbolo di potere, protagonista di cerimonie, soggetto artistico, atleta, investimento economico e, soprattutto, magnifico pretesto per spendere un sacco di soldi.

E Roma, naturalmente, non poteva tirarsi indietro.


Prima serviva. Poi diventò una questione de classe

Per migliaia di anni il cavallo non è stato un giocattolo per ricchi né un animale da esposizione.

Era una macchina vivente.

Tirava carri e aratri, trasportava uomini e merci, accompagnava eserciti e messaggeri. Prima dell'arrivo delle macchine a vapore e della successiva rivoluzione industriale, il cavallo rappresentava una delle principali forme di energia e mobilità a disposizione dell'uomo.

Insomma: lavorava.

E lavorava parecchio.

Poi però arrivò l'uomo.

Che, come spesso gli capita, oltre a risolvere un problema ne creò immediatamente un altro.

Perché una volta scoperto che il cavallo poteva essere utile, qualcuno scoprì anche che poteva essere costoso.

E lì nacque una nuova carriera per il quadrupede: quella di status symbol.

Nell'antichità il possesso di un cavallo era già legato alla ricchezza e al prestigio. A Roma, addirittura, l'ordine equestre nacque originariamente proprio intorno a quei cittadini abbastanza ricchi da potersi permettere un destriero per la cavalleria.

Il concetto, insomma, era già chiarissimo:

«se hai un cavallo, sei ricco; se hai due cavalli, sei molto ricco; se hai una scuderia, probabilmente non hai mai dovuto chiedere quanto costa la benzina.»

La benzina, del resto, ancora non esisteva.

Ma il principio era già quello.


A Roma il cavallo arriva pure al Circo

E qui entra in scena Roma.

Anzi, Roma corre.

Molto prima che esistessero ippodromi moderni, bookmaker, schedine e signori capaci di pronunciare con assoluta sicurezza la frase «oggi vince er 7», nella Valle Murcia correvano già i carri.

Il luogo sarebbe diventato il Circo Massimo, uno dei più grandi spazi per spettacoli dell'antichità e il grande teatro delle corse dei carri romane. Le competizioni erano tra gli spettacoli più amati dal popolo e gli aurighi potevano diventare autentiche celebrità.

Altro che influencer.

Un auriga romano aveva migliaia di persone sugli spalti che urlavano per lui.

E naturalmente c'erano le fazioni.

Rosso, bianco, verde e azzurro.

Il pubblico si divideva per colori, sosteneva i propri beniamini e viveva le gare con una passione che, a giudicare dalle cronache, non aveva proprio nulla da invidiare alle tifoserie moderne.

Insomma, cambiano i secoli, ma l'uomo rimane sempre quello:

«Er mio è più forte.»


E il cavallo diventa pure uno spettacolo

Il bello è che il cavallo non si accontentò di essere utile.

Finì per diventare spettacolo.

Corsa, caccia, tornei, parate, caroselli, cerimonie, giochi equestri.

Nella Roma delle origini, secondo la tradizione, proprio durante giochi equestri organizzati in onore del dio Conso sarebbe avvenuto persino il celeberrimo ratto delle Sabine.

Che poi uno potrebbe chiedersi:

«Ma possibile che ogni volta che a Roma organizzavano una festa finiva qualcuno che se portava via qualcun altro?»

Ma questa è un'altra storia.

Il fatto interessante è che il cavallo era ormai entrato stabilmente nell'immaginario del potere, della festa e della competizione.

E da quel momento in poi la storia dell'uomo e quella del cavallo sarebbero rimaste indissolubilmente legate.


Poi arrivarono i nobili

E qui bisogna fare un piccolo salto nei secoli.

Perché mentre il popolo vedeva nel cavallo soprattutto un animale utile, le classi più agiate cominciarono a vederci anche qualcosa d'altro.

Prestigio.

Eleganza.

Potere.

Possesso.

Una bella bestia sotto il culo diventava un modo estremamente efficace per comunicare al prossimo:

«Io, a differenza vostra, posso permettermi di mantenere un animale che mangia più de un cristiano.»

Nascono così scuderie, razze selezionate, allevamenti, carrozze, tenute, cavallerizzi e tutta quella complessa liturgia sociale che accompagna da secoli il mondo equestre.

Il cavallo diventa protagonista della vita aristocratica.

E l'aristocrazia, naturalmente, non poteva accontentarsi di cavalcarlo.

Doveva anche mostrarlo.


Il cavallo diventa un monumento

A un certo punto l'uomo decide addirittura di trasformare il cavallo in pietra.

Nascono le statue equestri.

Imperatori, condottieri, re e generali vengono immortalati sul dorso del proprio destriero, possibilmente con lo sguardo fiero rivolto verso un futuro che, molto probabilmente, non aveva ancora previsto il traffico del Grande Raccordo Anulare.

Il cavallo diventa così parte integrante della rappresentazione del potere.

Non basta essere potenti.

Bisogna apparire potenti sopra un cavallo.

E se possibile sopra un cavallo enorme.

Il messaggio è semplice: io comando, lui è grosso, quindi fate voi due conti.


Dalla guerra alla corsa

Ma c'è un altro passaggio fondamentale.

Quando il cavallo perde progressivamente parte della sua centralità come strumento indispensabile della guerra e del trasporto, non scompare.

Al contrario.

Si reinventa.

Da strumento necessario diventa atleta.

E da atleta diventa oggetto di competizione.

E da competizione diventa scommessa.

E dalla scommessa, come sa bene qualunque romano che abbia mai sentito pronunciare la frase «questa è sicura», il passo verso la follia è brevissimo.

In Italia le corse dei cavalli torneranno a essere spettacolo pubblico nel Medioevo e, a Roma, la tradizione delle corse si svilupperà in luoghi diversi della città: dal Monte Testaccio alle corse lungo via Giulia fino a San Pietro, passando anche per Piazza Navona.

I cavalli correvano.

La gente scommetteva.

I nobili ostentavano.

Il popolo tifava.

E qualcuno, inevitabilmente, perdeva soldi.

Insomma: Roma era già Roma.


E arriviamo a Er Pomata

A questo punto è impossibile parlare di cavalli a Roma senza incontrare un personaggio che, più di tanti trattati, ha saputo spiegare la psicologia dell'appassionato di corse:

Er Pomata.

Perché il romano davanti a un cavallo non vede semplicemente un animale.

Vede una possibilità.

Un segno.

Una combinazione astrale.

Una dritta.

Un pronostico.

Una certezza.

E soprattutto vede un motivo per poter dire, dopo:

«Io l'avevo detto.»

Il problema è che lo dice sia quando ha vinto sia quando ha perso.

Nel secondo caso, generalmente, la colpa è del fantino.

Oppure della pista.

Oppure del terreno.

Oppure del cavallo.

Oppure del destino.

Mai del pronostico.

La febbre da cavallo, infatti, è una malattia particolare: colpisce soprattutto la memoria.

Il giocatore ricorda perfettamente quella volta che aveva individuato il vincente a quota impossibile.

Dimentica con altrettanta precisione le altre diciassette volte.


Il cavallo: animale, atleta o aristocratico co' quattro zampe?

Ed è proprio questa la cosa curiosa.

Il cavallo ha attraversato la storia cambiando continuamente ruolo.

È stato forza lavoro e mezzo di trasporto.

È stato soldato.

È stato compagno di viaggio.

È stato strumento di conquista.

È stato atleta.

È stato spettacolo.

È diventato opera d'arte.

È finito nei monumenti, nei dipinti, nelle stampe, nelle fotografie e nelle illustrazioni.

E soprattutto è diventato un simbolo.

Simbolo di libertà, eleganza, velocità e nobiltà.

Ma anche simbolo di ricchezza.

Perché diciamocelo: certe volte, dietro tutta questa retorica sulla nobiltà del cavallo, c'è semplicemente qualcuno che vuole far sapere agli altri che può permettersi una cosa che gli altri non possono permettersi.

Il cavallo, poveraccio, non c'entra niente.

Lui corre.


Benvenuti nella Febbre da cavallo

È da qui che nasce questa sezione.

Non sarà soltanto una storia delle corse.

E non sarà nemmeno soltanto una galleria di cavalli.

Sarà un viaggio attraverso la storia degli uomini che hanno fatto correre i cavalli.

Racconteremo corse celebri e corse dimenticate.

Fantini, proprietari, allevatori, scommettitori e personaggi improbabili.

Ippodromi e piazze.

Vittorie leggendarie e solenni fregature.

Nobiltà, popolo e quella curiosa zona grigia nella quale tutti, almeno per qualche minuto, diventano esperti di cavalli.

Andremo anche a cercare il cavallo nell'arte: nelle incisioni settecentesche, nei dipinti degli aristocratici, nelle illustrazioni, nei manifesti, nelle fotografie e nelle rappresentazioni moderne.

Perché se c'è una cosa che il cavallo ha saputo fare meglio dell'uomo è rimanere elegante anche quando l'uomo gli è salito sopra.

E allora preparatevi.

Qui parleremo di cavalli.

Ma soprattutto parleremo degli uomini.

Di quelli che li hanno cavalcati.

Di quelli che li hanno allevati.

Di quelli che li hanno dipinti.

Di quelli che li hanno comprati per farsi vedere.

Di quelli che hanno scommesso su di loro.

E di quelli che, ancora oggi, davanti a un cavallo che parte, stringono gli occhi, fanno due conti e pronunciano la frase più pericolosa della storia dell'ippica:

«Questo è bono.»

Da lì in poi, amici miei, comincia la febbre.