Nel Pallone

L'aquilotto che spicco il volo

Epopea biancoceleste

Nove eroi con le scarpe da passeggio

A Roma, all’inizio del Novecento, mentre i più pensavano solo a magnà e a tirà tardi alle osterie, un manipolo di giovani eroi decise di cambiare la storia. E mica per scherzo! Il 9 gennaio 1900, su una panchina al Lungotevere dei Mellini, nacque la Società Podistica Lazio. Una panchina! Non un’aula magna, non un palazzo, non una sala col tappeto persiano… no: una panchina spelacchiata davanti al Tevere, con i platani a far da testimoni e i passanti che già li guardavano come a dire: “Ma che vojono fa ‘sti sciamannati?”.

C’erano nove titani: Bigiarelli, Balestrieri e gli altri sette compari. Scrissero “S.P. LAZIO” sul muro con la vernice, come un giuramento inciso nel marmo. Oggi li avrebbero arrestati per vandalismo, allora invece fecero la leggenda.

Il loro eroismo? Partire da Porta del Popolo, camminare fino a Castel Giubileo, pranzare, e tornare per le dieci e mezza di sera. Ventidue chilometri a passo di marcia, con la media di nove all’ora. E qualcuno dice che pure cantarono. Se oggi uno fa due chilometri di corsetta a Villa Borghese, già va a vantarsene su Instagram: loro manco i like, solo calli ai piedi.

E non si fermarono lì. Fondarono una sezione nuoto con una barca sgangherata di sei metri che fungeva da spogliatoio galleggiante. Il primo campionato sociale si faceva tra Ponte Milvio e Ponte Margherita: mica il Foro Italico, no, direttamente dentro al Tevere che oggi manco un cane ce lo butteresti. Ma loro ci entravano baldanzosi, “da veri leoni d’acqua dolce”.

Il calcio, poi, fu una rivelazione. Arrivò un pallone da Parigi e sembrò che in città fosse atterrato un ufo. Alla prima pedata volò via un vetro, ma niente: i ragazzi s’innamorarono. Si iscrissero a un torneo e, benché non capissero bene se stessero giocando a football o a rugby, misero paura a tutti. Il cronista scrisse: “La Lazio vinse tra gli applausi entusiastici del pubblico”. O forse segnò solo un gol. Ma che importa? Nel cuore di chi c’era, quella fu la vittoria più grande.

E poi, diciamolo: serviva coraggio. Giocavano a Piazza d’Armi, con le porte fatte di mucchietti di sassi e gli avversari veri non erano le altre squadre, ma i borghiciani coi coltelli, che bucavano i palloni appena comprati. Altro che VAR e moviola: qui bastava sopravvivere per dire d’aver giocato.

Eppure, tra gatti al forno, gare improvvisate e allenamenti a lume di gas sotto i lampioni, i biancocelesti fecero la rivoluzione. Senza soldi, senza campi, senza protezioni. Solo con entusiasmo, coraggio e una buona dose di follia.

Per questo, ogni volta che vedete l’aquila sul petto, ricordatevelo: da una panchina ha spiccato il volo con un sogno grande quanto Roma la Lazio.